La nuova legge sul lavoro a distanza nasce per regolamentare le condizioni in cui stiamo lavorando in questo momento da casa. Il telelavoro era già disciplinato, in forma più sintetica, dall’articolo 13 dello Statuto dei lavoratori, anche se veniva praticato raramente nella maggior parte delle aziende. A seguito della pandemia, il telelavoro è stato applicato su larga scala e in alcuni casi le normative non sono state rispettate. Inoltre, nella maggior parte dei casi, i costi sono stati sostenuti dai lavoratori. Per questo è stata ampliata la normativa basata sull’accordo europeo sul telelavoro del 2002.
La nuova legge è entrata in vigore nell’ottobre 2020 e definisce telelavoro quello che copre almeno il 30% dell’orario di lavoro. La legge chiarisce che il telelavoro deve essere volontario e concordato tra il lavoratore e l’azienda e mira a stabilire che i diritti e gli obblighi siano gli stessi previsti per il lavoro ordinario. Le condizioni del telelavoro devono essere messe per iscritto e firmate come un contratto tra l’azienda e il lavoratore.
Il telelavoro non è affatto un obbligo né una modalità di lavoro imposta.
Che la nuova norma ti riguardi o meno, una cosa è certa: il telelavoro è arrivato per restare. Svolgere le attività tramite la chat, l’app di videochiamate o il cloud apre un mondo pieno di possibilità.
Che cos’è il telelavoro?

Secondo la RAE, il telelavoro è il «lavoro svolto da un luogo esterno all’azienda utilizzando le reti di telecomunicazione per adempiere agli incarichi lavorativi assegnati».
Si tratta, cioè, dell’attività svolta dal dipendente al di fuori dell’azienda, a casa propria o in un centro di lavoro. Almeno il 50% delle mansioni svolte dal dipendente deve essere eseguito fuori dall’ufficio. In questo modo, il lavoratore beneficia di un migliore equilibrio tra vita professionale e familiare.
Il 23 settembre 2020, il Governo ha pubblicato nel BOE il Real Decreto-legge 28/2020 sul lavoro a distanza. Chiamata informalmente la «legge sul telelavoro», è entrata in vigore il 13 ottobre e ora disciplina il sistema legittimo dei rapporti di lavoro «a distanza». Da qui iniziano a sorgere numerosi interrogativi: che cosa si intende per lavoro a distanza? Chi ne sostiene i costi? Come deve fare il professionista per trarre vantaggio dalla legge? Che cosa si può dire delle persone che ora lavorano da casa? In fin dei conti, perché non procediamo per gradi? Chiariremo ciascuno degli aspetti centrali.
Requisiti stabiliti dalla legge sul telelavoro
La legge distingue tra «lavoro a distanza» e «telelavoro»: il «lavoro a distanza» è una modalità di lavoro prestata presso il domicilio del lavoratore o nel luogo da lui scelto, per tutta la giornata lavorativa o per una parte di essa, con carattere regolare. Il «telelavoro» è invece quel lavoro a distanza svolto mediante l’uso esclusivo o prevalente di strumenti e sistemi informatici, telematici e di telecomunicazione.
Perché un lavoratore possa rientrare nell’ambito di questa normativa, dovrà svolgere da remoto il 30% del proprio orario settimanale per un periodo di tre mesi, vale a dire almeno due giorni alla settimana. Ciò significa, inoltre, che i professionisti che lavorano occasionalmente da casa non sono soggetti a questa normativa.
Accordo volontario e reversibile

La legge sottolinea che si tratta sempre di un accordo volontario e reversibile. Ciò significa che, per poter rientrare nell’ambito della normativa, i lavoratori e l’azienda devono firmare un accordo di lavoro a distanza che definisca tutti i dettagli: inventario dei mezzi, orario, disponibilità, percentuale di ore di telelavoro o spese dell’attività, tra gli altri.
Né un’azienda può obbligare un dipendente a lavorare da remoto, né un lavoratore può pretendere che l’azienda si adatti al telelavoro. Si tratta di un accordo reciproco tra entrambe le parti che, inoltre, può essere revocato in qualsiasi momento: il lavoratore potrebbe tornare, previo accordo, alle precedenti condizioni di lavoro in presenza.
Chi paga la luce, Internet e l’attrezzatura?
La legge è chiara: il lavoro a distanza dovrà essere finanziato o compensato dall’azienda e non potrà comportare che il lavoratore sostenga spese relative alle attrezzature, agli strumenti e ai mezzi connessi allo svolgimento della propria attività lavorativa. In altre parole: l’azienda deve farsi carico delle spese. Significa che pagherà le bollette della luce? Deve farsi carico della connessione a Internet? Non è stabilito. La legge dispone che le spese legate al telelavoro debbano essere concordate tramite contratto collettivo o mediante un accordo diretto tra l’azienda e i lavoratori.
L’accordo scritto tra telelavoratore e azienda: i punti minimi richiesti
- Stabilire un inventario delle attrezzature, dei mezzi e degli strumenti necessari per lo svolgimento del lavoro a distanza. Compresi i materiali di consumo e gli elementi d’arredo.
- Le spese che la persona lavoratrice può sostenere. Modalità di quantificazione del rimborso. Questo può includere l’acquisto di una sedia ergonomica, di un computer o l’ampliamento o miglioramento della connessione Internet domestica.
- Flessibilità dell’orario e metodo per timbrare. A condizione che rispetti l’orario di lavoro, il lavoratore potrà scegliere l’orario entro determinati limiti. Dovrà essere fornito un metodo affidabile per poter misurare le ore lavorate. L’obiettivo è evitare gli straordinari.
Telelavoro durante la pandemia

Questa situazione è molto frequente. I lavoratori che lavorano da casa a causa della pandemia sono automaticamente tutelati dalla legge sul telelavoro? No. Per adeguarsi alla legge sarà sempre necessario firmare l’accordo e definire le condizioni di lavoro. Dunque, a cosa ha diritto un lavoratore in questa situazione? La legge specifica che, finché perdura la situazione sanitaria eccezionale, questi lavoratori continueranno a essere soggetti alla normativa ordinaria in materia di lavoro.
In ogni caso, la legge stabilisce che, anche in questa circostanza, le aziende devono fornire al dipendente i mezzi necessari, occuparsi della manutenzione delle attrezzature e rimborsare le spese, qualora non siano già state rimborsate.
L’azienda può obbligare il lavoratore a cambiare compagnia o tariffa per pagare meno? Se è l’azienda a pagare, sarà un ulteriore elemento integrante dell’accordo e, in questo caso, potrà farlo. In altre parole, per ridurre il costo complessivo del servizio Internet, l’azienda può obbligare a sottoscrivere una tariffa più economica o, direttamente, a cambiare fornitore. L’altra opzione è che l’azienda e il lavoratore concordino di mantenere quel pacchetto e pagare solo il necessario per lavorare: Internet e, se necessario, il telefono.
In ogni caso, il telelavoro è qui per restare. Seguiremo da vicino l’attualità su questo tema.


